Logo Olimpiadi Invernali 2026 Milano Cortina

logo olimpiadi milano cortina 2026
logo olimpiadi milano cortina 2026

Tutti grafici coi loghi degl’altri

Dal passato ci giunge questa notizia, con la quale vi aggiorniamo sulla vicenda

“Il comitato organizzatore dei Giochi olimpici invernali del 2026, di cui è amministratore delegato Vincenzo Novari, ha selezionato il gruppo guidato in Italia dalla country manager Simona Maggini e dal chairman Massimo Beduschi  al termine di un processo di gara che ha coinvolto anche Omnicom, Publicis Groupe e Barabino & Partners e a cui erano stati invitati anche Interpublic e Armando Testa”

Perché Sanremo è Sanremo.
Che siamo parte integrante della fanbase di un artista in gara, amanti del trend/trash, detrattori della tv di stato, cultori della vis polemica o semplicemente persone che non vogliono passare tre settimane a guardare meme di cui non colgono il riferimento, alla fine, lo abbiamo guardato.
Certo, ci sono voluti innumerevoli moke, per superare tempi lunghissime, umorismi impolverati e monologhi profumati della naftalina che impestava l’aria quando la bisnonna tirava fuori il cappotto buono del cambio stagione, ma alla fine abbiamo resistito e siamo arrivati alla finale.
Io, da brava figlia di tutte le categorie sopra elencate, per niente al mondo mi sarei persa i quadri di Lauro e gli adorati e sudati Måneskin (sudati non perché realmente lo fossero, quanto perché, facendo parte di una community di visual artist indie e super calati in questo ruolo dalla scelta del calzino a quella della playlist, difendere le mie compilation che spaziano dal tammarro-da-spiaggia e arrivano al pop più trito passando da Endrigo, fatevelo dire, è ‘na fatica ndr) e posso orgogliosamente dire non solo “io c’ero” ma sono pure rimasta basita.

Sì perché a un certo punto chi ti arriva sul palco dell’Ariston per questa edizione di Sanremo ventiventuno ( eh perché duemilaventuno faceva brutto) ???
Albertone Tomba e Federica Pellegrini.
E fin lì niente di male, cioè ospiti come tanti, finché non se ne escono con un contest head to head per decretare quale sarà, sedetevi perché ancora io mi devo riprendere, il logo delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026.

Shock.
Shock becåüse la prima sinapsi che il mio cervello ha schiantato sulla parete frontale è stata “Se anche la grafica pura va a Sanremo i miei gradi di separazione con Lauro, occupandomi di loghi sono potenzialmente zero
E poi il Sagmeister che è in me ha preso il sopravvento, spodestando ogni possibile match sentimentale, dando inizio a quella che più che un’opinione da salotto è stata proprio una revisione.

direttamente da QUI

“Allora…”, dico tirandomi su le maniche e mandando i capelli dietro le orecchie.
Da una occhiata anche superficiale sulla vicenda, evincono subito diverse problematiche di forma, non tanto delle proposte grafiche in sé, di cui parlerò tra qualche paragrafo, bensì proprio della narrazione alla base di questa performance. Cercherò di riassumere la mia visione in tre punti:

punto 1: I loghi non sono di nessuno. Non c’è autore, non c’è designer, non c’è studio o agenzia dietro queste immagini. Per quel che ne esce da questa expo, sono due identità pescate dall’iperuranio dalle mani di Tomba e Pellegrini che personificano una competizione.
E questo non è vero ed è persino giunto il momento di riportare l’arte nel mondo della grafica perché seppur al servizio del capitalismo ( prometto che di questa parentesi ne riparleremo) sempre di arte si tratta. La comprensione della necessità, la conoscenza del pregresso, la comprensione delle connotazioni e del cambiamento semantico che la nostra era sta subendo, la ricerca o la rifuggita del trend, la miriade di scelte a bivi stilistici attuati per giungere ad una forma e ad un, più o meno immediato, rimando, sono un’arte, un’arte visiva, che qui in Italia si chiama Design della Comunicazione, di cui la Grafica è una parte.
Ergo, l’importanza che viene data ai grandi appalti architettonici, ponendo la firma dell’architettx o del suo studio, il prestigio di una fotografia di unx fotografx in copertina o ad una semplice sedia rispetto ad un altra, in virtù proprio di una firma e delle sue connotazioni, è giusto che venga ri-data anche a chi si occupa di firmare un’identità visuale, oggi come oggi, passaggio irrinunciabile di ogni argomento di cui abbia senso discutere.

Ri-data perché un tempo, anche a livello nazionale, veniva riconosciuta l’importanza autoriale di una progettazione grafica. Rispolverate la bibbia di Bob Noorda e poi prendiamoci un caffè e parliamone fino a mattina.
Attualmente il quadro, dopo una graduale involuzione subita, si presenta con nuovi germogli nati dallo spirito di adattamento e sopravvivenza della categoria, vedi fm o Emanuele Abrate, che tra il serio e il faceto, rimettono Canva dove è giusto che stia.

Questa mancanza nominativa non fa che affollare la mente di domande a cui nemmeno Google sa rispondere : C’è stata una call to action per questi loghi? Sono stati fatti degli inviti? E se sì, da chi e a chi?

L’unica cosa che sappiamo è che il logo proposto nel lontano 2018 dal CONI (anche questo senza firma alcuna) aveva fatto così schifo al web che era stato rettificato con un pratico “è solo il logo per presentare il progetto, non il def”
Tre anni dopo, il colpo di genio: Famo votà ‘sto web allora.

e qui arriviamo al punto 2: il meccanismo di votazione democratica è quel che è. Parliamo di un paese in cui i programmi più seguiti, le fake news più credute, la categoria politica più votata dichiarano di per sé che tipo di popolazione siamo se tiriamo una media.
Il voto popolare non ha niente a che vedere col giusto o sbagliato, col funziona o non funziona, con tutti i parametri dicotomici che chi fa comunicazione conosce come l’Ave Maria. Il voto popolare è lo specchio della società, il voto popolare sceglie Barabba, che per l’amor del cielo, sarà stato anche lui degno di pietà però ecco, si tratta di un voto di pancia, mai ragionato, senza il tempo di maturare con cognizione.
Non è proprio questo il caso, dato che entrambe le varianti, sia la FUTURA, che noi chiameremo AVICII e il DADO che noi chiameremo PARALLELEPIPEDOABASEQUADRATA sono sicuramente due identità già ipotizzate per funzionare. Più o meno.
Sì perché anche lì, di interrogativi sospetti ce ne sono. Ad esempio:

Perché entrambi scrivono Z6 invece di 26? Perché la versione AVICII grigio chiarissimo e retroilluminato è stata presentata su fondo bianco? Il fiocco di neve del PARALLELEPIPEDOABASEQUADRATA è così chiaro come rimando alla regione Lombardia? Milano Cortina era un’info così gerarchicamente meno rilevante? la versione AVICII non vi fa venire in mente un bel rave d’inverno? E così via…

Una votazione democratica è un processo serio che elegge dal basso ed insindacabilmente un vincitore. Per quanto discutibile o discreditante possa essere ritenuto questo metodo, è comunque legittimo, tuttavia non sono state fornite, a mio parere professionale, sufficienti informazioni.

No i due teaser non sono sufficienti, sono un mood dove il logo, e di conseguenza il brand, non è giudicabile per la sua funzionalità o applicazione, bensì per livelli connotativi di copy, tone of voice e gusto.
AVICII con lo spot Enel che parafrasa Mandela
e PARALLELEPIPEDOABASEQUADRATA con questo cyber icon tentativo di brutalismo non coraggioso con sottofondo narrativo preso in prestito da Società Bancaria per Prestiti under 30.

Punto tre: la capacità di svalutare una professione o una posizione che abbiamo qui in Italia è impressionante. Io e molte altre come me, sono una direttrice artistica, specializzata in grafica e tipografia digitali. Pratico quotidianamente, insegno in scuole prestigiose, insegno pro bono, sono vocata completamente al mio mestiere e non ho tolleranza per questi incapaci e goffi tentativi deprofessionalizzanti mascherati per processi innovativi.
Tanto più se mi sto guardando da cinque giorni una kermesse canora stantia solo per avere il ricordo del brivido di un live, di una manifestazione a cui andare tutti insieme seppur seduti sui propri divani. Ecco qui la molestia supera l’invalicabile confine degli affari miei e mi caga veramente er cazzo. dà veramente molto fastidio.

Anche perché, a questo punto, la spettatrice di Sanremo che è in me, formata dalle personalità di cui sopra, considerato che contribuisce tramite canone al budget del festival+ varie ed eventuali tasse, si chiede, ma come mai non possa scegliere il direttore artistico, i cantanti in gara, le nuove proposte, i fonici, i tecnici, gli scenografi, l’orchestra, i direttori, gli albergatori e persino la location in cui vomitare questa ingente quantità di soldi pubblici e sponsor…

Ecco, qualunque risposta vi diate, potete tranquillamente applicarla al perché, quel tipo di votazione lì, per un lavoro fatto così, sia peggio di 50 ore di monologo di Zlatan.